Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal PCI e dal sindacato 4 aprile 1985 Luigi Alfonso Marra


Lettera di dimissioni
di un avvocato della CGIL
dal PCI e dal sindacato
4.4.1985
Cari amici, anzi, compagni, perché, sia pure dall’esterno di una logica strettamente di partito, mi sento comunque uomo di sinistra, nel senso di uomo che ha scelto la via della razionalità in contrapposizione a quella dogmatico / strumentale, del resto ormai abbandonata anche dalla stessa destra, cari compagni vi dicevo, con questa lettera vi comunico le mie dimissioni dal PCI, e conseguentemente dall’incarico di avvocato della CGIL.
Nell’andarmene vi muovo due accuse.
La prima è di non contare nulla e di non avere alcun potere. 
La seconda è di celebrare da almeno quindici anni la finzione di credere nell’ideologia comunista e in un mondo di valori che non esiste più. 
Le due cose peraltro sono interrelate. Infatti, se non contate nulla, è proprio perché avete finto di credere nell’ideologia comunista e avete accettato per viltà di rimanere estranei a coloro che detengono la proprietà dei beni e controllano da padroni i processi produttivi e la finanza.
Lo so perché ne ho fatto esperienza. 
Ricordo a Chiasso, quando mi occupavo di importazioni, del senso di pienezza e di soddisfazione di quegli uomini, fra i quali ero io stesso, nel mentre commerciavamo le nostre merci. 
A Chiasso, cari compagni, non parlavamo mai di politica, perché la politica eravamo noi attraverso i vestiti che avete addosso, gli occhiali che avete sul naso, gli alimentari che consumate nei vostri pasti frettolosi.
Quanto ai motivi delle dimissioni li leggerete nel mio libro fra alcuni mesi.
Per il momento tengo solo a precisare che il mio non è un libro contro il PCI, e nemmeno sul PCI, benché rispetto ad esso sia critico e suggerisca la necessità di cambiare per poter così insieme agli altri partiti diventare, perché ora non lo siete, strumenti di rappresentatività delle masse nell’ambito del nuovo potere che, monolitico e puntiforme nella fase primaria, ha dapprima avuto la necessità di diventare tentacolare, abbracciando, per poter continuare ad esistere, un numero di adepti sempre maggiore man mano che la democrazia cresceva e si affermava, per poi organizzarsi da ultimo come ‘forza in sé’ di cui ciascuno è per certi versi vittima e per certi altri protagonista; ‘forza in sé’, dunque, che ha avuto la necessità di avere il consenso di tutti e che tutti appunto ha dovuto coinvolgere per potersi svolgere, pur rimanendo nel contempo verticistica.
In particolare, quanto a voi, uomini del sindacato e del PCI, vi ha assegnato, finalizzandolo alle sue logiche, il ruolo del controllo delle masse e di garanti dell’immobilismo culturale.
Mi inganno? Mento? Ebbene, misurate quanto avete ragione dal livello di soddisfazione di voi stessi che avete raggiunto!
Mi preme però dirvi che se pensate che le mie siano delle cattiverie gratuite vi sbagliate, non è così! 
Dico infatti queste cose perché so che la prima fase di ogni processo evolutivo è sempre il prendere coscienza di sé, dei propri limiti.
È necessario dunque che il PCI dichiari il suo fallimento, magari esagerando, magari dilaniandosi oltre il necessario, per non correre il rischio più grave di tutti: quello di non capire!
Da questa dichiarazione di fallimento in poi il PCI potrà rinascere e diventare una grande forza. 
Continuare su questa strada è viceversa inutile, perché lo sapete anche voi: i periodi di cassa integrazione sono ormai abbastanza lunghi, e la tutela del ‘posto’ più che sufficiente.. ..O no?
Sicché, rivolgete con coraggio l’analisi contro di voi e scoprirete sì i vostri limiti, la vostra viltà e i vostri tradimenti, ma anche la foresta incantata del sapere meraviglioso accumulato attraverso i secoli della lotta iniziata agli albori delle civiltà, e che ha portato oggi, per la prima volta nella storia del mondo, ad affermare il principio democratico, in virtù del quale a nessun uomo è dato vantare una maggiore umanità rispetto a un altro, ma solo un momento di diversa specializzazione.
Badate però, perché proprio in ciò è consistito il vostro errore, che questa è solo la prima fase della democrazia, e cioè quella in cui ciascuno, nella propria qualità, ha affermato il suo diritto ad esserci ed essere riconosciuto, mentre da ora in poi è invece necessario realizzare l’equilibrio ai fini dello sviluppo fra tutti gli affermati diritti, e ciò potrà avvenire attraverso una nuova regola comportamentale che io, un attimo prima di tanti, o forse insieme a tanti altri, ho solo formalizzato, perché il contesto moderno già la conosce e tenta di viverla, e che, attraverso il racconto di 110 anni di vita, dal bisnonno Giovanni, «che viveva fra i suoi vivi e fra i suoi morti tutti dediti alla coltivazione della terra», a oggi, è il tema di fondo del libro, unitamente al tema ulteriore della necessità di individuare nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già si sa.
Due sono dunque le regole dell’interrelazione all’interno del contesto umano civile, e cioè:
1) il diritto ad esserci ed essere riconosciuti, fermi restando i diritti elementari legati alla garanzia di un’esistenza libera e dignitosa, si conquista con le opere di contributo alla vita degli altri;
2) il diritto a vivere che tutti hanno comporta la necessità, che è amorosa, di negare (previa disamina analitica della fondatezza delle ragioni di ciascuno, e nei limiti, nelle forme e con gli obiettivi della morale, del diritto e più in generale dell’intelligenza) chi ci nega, per potere così salvare se stessi e contribuire, a mezzo della propria vita salvata, sia alla vita del contesto che alla vita di chi ci ha negati, indicando inoltre a quest’ultimo la necessità di cambiare allo scopo di poterlo ritrovare.
Il momento modale e quantitativo delle forme della negazione – alla quale, instauratosi il rapporto di forza, consegue il riconoscimento nelle rispettive qualità – sono i temi dell’educazione, della cultura, della morale, della politica e del diritto.
Da queste due regole fondamentali nasce la ragione di considerare alcuni comportamenti, vengano essi da persone, organizzazioni, partiti o Stati, come virtù, e altri come difetti.
L’impotenza di opere genera il rifiuto del contesto e quindi il malessere dell’individuo che, in crisi per la negazione degli altri, che non cesserà fino a quando non cesserà l’impotenza (per altri versi egoismo), assumerà via via forme comportamentali nelle quali è sempre minore il contributo alla vita degli altri. 
Fino a quando, se non comincerà a compiere almeno qualche opera che gli consenta di attenuare la negazione e vivere in qualche modo, cadrà, in seguito alla totale negazione del contesto, nel totale malessere, ovvero pazzia, se si tratta di individui, e di nuovo pazzia se si tratta di collettività di individui o gruppi.
Questo appunto è accaduto al PCI: avendo negato le masse ne è stato ora negato, ed è dunque in preda al malessere. 
Per poter uscire dal malessere è necessario che il PCI cominci a compiere opere, o meglio, ne compia di più, e meglio mirate. Nello specifico è necessario che il PCI cerchi il confronto con le masse e sia colmata la frattura fra l’organizzazione del PCI e gli elettori.
Dite che non è vero, che non c’è frattura? Mentite! Anche questo so perché ne ho fatto esperienza.
Alle scorse elezioni io stesso sono stato indicato dai consigli di fabbrica delle grandi aziende dell’area flegrea, e più fortemente dall’Olivetti, quale capolista alle comunali.
Venivo praticamente proposto dalla più parte degli elettori del Comune. 
Ebbene, la commissione elettorale, composta da cinque sei persone prive di qualsiasi rappresentatività, ma padrone delle vostre logiche di schiacciamento e di controllo della volontà delle masse, è stata capace, con il vostro implicito consenso, di non discutere mai quella proposta, e sapete perché? Perché se l’avesse fatto non avrebbe potuto altro che dire di sì, essendo quella la volontà della collettività dei lavoratori alla quale per necessità ideologica avrebbe dovuto attenersi. 
Vedete a cosa vi siete ridotti? Per poter portare avanti le vostre povere logiche e rimanere aggrappati alle poltroncine di plastica nera, ormai logore e luride per gli anni, siete costretti a chiudere gli occhi e a tapparvi le orecchie. 
A Pozzuoli, nella fattispecie, pure essendo il PCI avanzato alle politiche e nelle circoscrizioni, alle comunali, a causa della frattura, la nostra lista, composta dagli ‘uomini’ della locale organizzazione, fu bocciata clamorosamente, tanto che tutti avrebbero dovuto dimettersi, salvo poi che ‘si salvarono’ infilandosi, nei soliti ruoli di subordinazione, nell’amministrazione. 
Traete un sospiro di sollievo? Avete trovato da che lato attaccarmi sostenendo che, ora sì, capite il perché della mia polemica? Che essa è determinata da motivi personali?
Vi sbagliate, non è così! Ho visto da vicino quanto è terribile e umiliante il lavoro dei politici comunisti, e come nel PCI il prezzo degli incarichi sia il rinunciare a vivere e, sinceramente, se pure in qualche modo mi tentava l’idea di essere sindaco, l’idea di non dovere poi più vivere non mi piaceva, e sapevo anche bene che, ove fossi stato eletto, e lo sarei stato, avrei dovuto diventare una nullità, perché questo è appunto il requisito necessario per essere oggi un uomo del PCI: essere una nullità, non muovere niente, e fare in modo che nulla sia mosso da nessuno; e in questo senso vi sono nel partito geni autentici: individui cioè capaci di essere genialmente nessuno.
Che vi inventerete ora per sconfiggere quello che dico? Cercherete di farmi passare per terrorista? Forse no, è troppo evidente che i miei argomenti non hanno nulla a che vedere con il terrorismo! Indurrete allora i consigli di fabbrica a smentirmi? Fate pure! Vi conosco e mi aspetto di tutto; mi fate finanche paura, ma non posso per questo rinunciare a parlare, e non lo farò.
Sicché concludo dicendo che ora, dopo che rivolgendo l’analisi contro di me ho finalmente capito, vi auguro, e lo faccio veramente fraternamente, di perdere le elezioni e poter così diventare un vero grande partito, si badi, di autentica opposizione, e non di ostruzionismo estorsivo finalizzato a far fallire ogni governo; perché, diversamente, se le vincerete, sarà la rovina, poiché gli industriali, le banche, le finanziarie, e comunque, più in generale, tutti coloro che detengono al 90% la proprietà dei beni e il controllo da padroni della produzione e dei servizi non vi consentiranno mai di governare su di loro, nemmeno se diventerete trenta milioni, e manderanno a gambe all’aria i vostri governi e le amministrazioni dei vostri enti locali. 
Lasciate dunque che le elezioni le vincano loro: la DC, il PSI e i soliti altri e, quanto a voi, meccanizzatevi con più computer, attaccate nello specifico il potere straripante delle banche, dichiarate a gran voce che lo sapete bene che i costi spropositati degli armamenti corrispondono in realtà a utili altrettanto spropositati degli uomini del business atomico, e che è un’idiozia che se uno stato costruisce 10.000 ordigni un altro ne deve a sua volta costruire 10.000, e che un ordigno vale 10.000 ordigni, e che 10.000 ordigni valgono nessun ordigno, e che se si scoprisse che i 10.000 ordigni di una delle due parti sono di cartone questo non causerebbe nessuno spostamento nella tematica del ‘come difendersi dall’aggressore atomico’ per il semplice fatto che è una tematica del tutto inesistente e resa tale proprio dalla strapotenza delle bombe, e che l’unico problema che sorgerebbe da una tale scoperta è quello relativo alle trovate ulteriori che escogiterebbero per il lancio di nuovi business, e che gli equilibri nel mondo della democrazia, sia pure incompiuta, sono affidati a tutt’altre cose, e che le tematiche della unilateralità o bilateralità del disarmo sono solo fumosi strumenti pseudoculturali per accecare e non far capire, e che la sofisticata tematica dell’aumento del valore del dollaro è solo un modo per rastrellare da tutto il mondo e in cambio di dollari pompati denaro buono da gettare nel pozzo senza fondo degli armamenti, e che con questo sistema, benché non ce ne freghi niente, siamo stati costretti anche noi, oltre agli americani e ai più remoti selvaggi dei più remoti luoghi, a contribuire, con le nostre bistecche mancate e con i nostri consumi compressi, ai loro ridicoli, ma pure agghiaccianti programmi di guerre stellari.
Ecco, cominciate dunque a dire, a scrivere e a lavorare per dimostrare queste cose, e vedrete che, fuori o dentro dal governo, tutti vi seguiranno e, ve lo garantisco, finirà quella sofferenza atroce che vi conosco, e che da tanto leggo nei vostri volti di ex militanti.
AVV, Alfonso Luigi Marra 



SCOOP  











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